In ogni aula scolastica, ogni giorno, si compie un atto che va ben oltre la semplice trasmissione di contenuti: si modella la lingua. E modellare la lingua significa modellare il pensiero. Per questo motivo, parlare correttamente agli studenti non è un vezzo da puristi, ma un dovere professionale.
Sempre più spesso, purtroppo, si sente parlare “ad orecchio”: frasi sgrammaticate, concordanze incerte, costruzioni approssimative, parole usate senza conoscerne davvero il significato. Se l’insegnante abdica alla precisione linguistica, chi mai potrà chiederla agli studenti?
La lingua è pensiero
L’idea che la lingua sia uno strumento neutro è un’illusione. Lo aveva già chiarito Tullio De Mauro, quando sottolineava il legame strettissimo tra competenza linguistica e cittadinanza consapevole. Una lingua usata bene consente di distinguere, argomentare, analizzare. Una lingua usata male confonde, appiattisce, impoverisce.
Se un docente dice:
- “Ci sono delle problematiche da affrontare” invece di:
- “Ci sono problemi da risolvere”
non sta solo scegliendo una parola più lunga: sta scegliendo un registro vago, burocratico, spesso superfluo.
Le parole abusate e il linguaggio scolastico
Alcuni termini sono diventati veri tic linguistici del mondo della scuola. Tra questi:
- “criticità” usato come sinonimo generico di “problema”
- “problematiche” al posto del più semplice “problemi”
- “attenzionare”, che spesso sostituisce inutilmente “prestare attenzione a”
Queste parole non sono sbagliate in sé. Ma il loro abuso rivela un impoverimento lessicale e una tendenza alla formula pronta, che sostituisce il pensiero preciso.
Un insegnante dovrebbe invece scegliere le parole con cura, perché ogni parola porta con sé una sfumatura di significato. Dire “difficoltà” non è lo stesso che dire “lacuna”. Dire “errore” non è lo stesso che dire “imprecisione”.
Parlare “ad orecchio” non basta
Molti colleghi giustificano certe scelte linguistiche con un “suona bene così” oppure “lo sento dire così” (ma scherziamo?). La lingua italiana non si regge solo sull’orecchio: si regge sulla grammatica, sulla sintassi, sulla tradizione letteraria e sull’uso consapevole.
Pensiamo a quanto la scuola stessa debba alla tradizione culturale che va da Alessandro Manzoni a Italo Calvino: autori che hanno lavorato con precisione quasi artigianale sulla lingua. Possiamo davvero permetterci, come docenti, di trattare con leggerezza ciò che per secoli è stato oggetto di cura e riflessione?
Il maschile inclusivo (ucciso): una questione di grammatica
Un altro tema che merita chiarezza è l’uso del cosiddetto “doppio genere”: “i docenti e le docenti”, “gli studenti e le studentesse” in ogni frase.
In italiano, il maschile plurale ha valore inclusivo. Dire “i docenti” include naturalmente uomini e donne. Non è una posizione ideologica: è una regola grammaticale.
Questo non significa che non si possano usare forme sdoppiate in contesti particolari, ad esempio in testi normativi o in comunicazioni ufficiali dove si voglia esplicitare ogni riferimento. Ma trasformare sistematicamente ogni frase in un raddoppio rischia di appesantire il discorso e di spostare l’attenzione dalla sostanza alla forma.
La vera inclusione non si gioca nella duplicazione meccanica delle parole, ma nel rispetto concreto e quotidiano delle persone.
L’esempio è più forte di qualsiasi lezione
Uno studente può dimenticare una spiegazione di storia, ma difficilmente dimenticherà il modo in cui il suo insegnante parlava. L’insegnante è, volente o nolente, un modello linguistico.
Se pretendiamo:
- periodi ben costruiti,
- lessico adeguato,
- proprietà di linguaggio,
dobbiamo per primi praticarli.
La cura della lingua non è formalismo. È rispetto:
- rispetto per la disciplina che si insegna,
- rispetto per la cultura che si trasmette,
- rispetto per gli studenti.
Una responsabilità professionale
Parlare correttamente non significa essere rigidi o pedanti. Significa essere consapevoli. Significa sapere perché si sceglie una parola e non un’altra. Significa distinguere tra registro colloquiale e registro formale.
La scuola dovrebbe essere il luogo in cui la lingua si affina, non quello in cui si trascurano le sue regole. Perché una lingua precisa forma menti precise. E menti precise sono il fondamento di una società libera e responsabile.
In fondo, insegnare significa anche questo: mostrare che le parole contano.

