L’IA ha attaccato. Ma chi le ha dato le chiavi?

L’IA ha attaccato. Ma chi le ha dato le chiavi?

«L’intelligenza artificiale ha attaccato un sistema informatico».

È il genere di titolo che non ha bisogno di spiegazioni. Evoca immediatamente qualcosa che, fino a pochi anni fa, apparteneva alla fantascienza: una macchina che individua un bersaglio, elabora un piano e agisce contro di noi.

Il problema è che una frase del genere può essere tecnicamente corretta e, nello stesso tempo, raccontare male ciò che è realmente accaduto.

Per capire perché, basta una domanda:

chi ha messo l’IA nelle condizioni di poterlo fare?

Un agente artificiale può oggi essere collegato a Internet, utilizzare un terminale, eseguire programmi, analizzare sistemi e reagire ai risultati delle proprie azioni. Se gli viene assegnato un obiettivo, può stabilire autonomamente una parte significativa del percorso necessario per raggiungerlo.

Ed è una novità importante.

Non gli si deve più necessariamente dire cosa fare a ogni passaggio. L’agente può tentare una soluzione, verificare il risultato, correggersi e proseguire. Può quindi compiere una quantità di operazioni che, fino a poco tempo fa, avrebbero richiesto l’intervento continuo di una persona.

Ma questo non significa che abbia scelto autonomamente il contesto nel quale operare.

Prima di tutto ciò ci sono delle decisioni umane: costruire l’agente, attivarlo, mettergli a disposizione determinati strumenti, concedergli determinati accessi e assegnargli un compito.

La differenza non è semantica. È sostanziale.

Un agente può scegliere come raggiungere un obiettivo senza aver scelto quale obiettivo perseguire.

È la stessa differenza che esiste tra scegliere un percorso e scegliere una destinazione. Il navigatore può ricalcolare autonomamente la strada cento volte, ma non è stato lui a decidere di andare in quel luogo.

Con l’intelligenza artificiale, naturalmente, la situazione è molto più complessa. Il sistema può elaborare strategie non previste dall’operatore e prendere decisioni intermedie difficili da anticipare. Ed è proprio questa capacità a rendere gli agenti tanto potenti quanto delicati da controllare.

Ma proprio per questo l’informazione dovrebbe essere più precisa.

Quando si racconta che «l’IA ha hackerato un’azienda», sarebbe utile sapere almeno se si trattava di un attacco reale o di un test, quale obiettivo era stato assegnato, quali strumenti erano disponibili, quali autorizzazioni erano state concesse e quanto fosse necessario l’intervento umano durante l’operazione.

Non per ridimensionare la capacità dell’intelligenza artificiale.

Per misurarla correttamente.

C’è infatti una differenza enorme tra un essere umano che utilizza un sistema di IA come strumento e un agente al quale viene affidato un compito complesso e lasciata la possibilità di perseguirlo autonomamente.

Nel secondo caso siamo davanti a qualcosa di nuovo: non semplicemente un programma che esegue istruzioni, ma un sistema capace di organizzare una sequenza di azioni per raggiungere un obiettivo.

È questo che merita attenzione.

Non la fantasia della macchina che improvvisamente «decide di ribellarsi», ma la realtà molto più concreta di strumenti che possono amplificare enormemente le capacità di chi li utilizza.

E questo vale per chi programma, per chi ricerca, per chi lavora e, naturalmente, anche per chi vuole commettere un crimine informatico.

Un individuo con competenze limitate potrebbe delegare alla macchina una parte del lavoro che prima richiedeva conoscenze specialistiche. Un esperto potrebbe invece utilizzarla per moltiplicare la propria capacità operativa.

In entrambi i casi, l’intelligenza artificiale non elimina necessariamente l’essere umano dall’azione.

Può renderlo molto più potente.

Ed è forse questo l’aspetto che i titoli più spettacolari rischiano di nascondere.

Quando scriviamo «l’IA ha attaccato», trasformiamo grammaticalmente la macchina nel protagonista e facciamo scomparire quasi del tutto il contesto umano.

Ma la domanda più interessante rimane fuori dal titolo.

Non soltanto:

che cosa è riuscita a fare l’IA?

Ma:

chi le ha dato gli strumenti per farlo?

Perché capire il confine tra ciò che una macchina ha eseguito autonomamente e ciò che un essere umano le ha consentito di fare non significa avere paura della tecnologia.

Significa, semplicemente, non confondere l’autonomia di uno strumento con l’origine dell’azione.

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