Eppure esiste un’Italia che funziona!

Eppure esiste un’Italia che funziona!

Il mistero (neanche tanto) dei campioni italiani

C’è qualcosa di curioso nello sport italiano. E forse, a forza di guardare la classifica del calcio, rischiamo di non accorgercene.

Ogni settimana sembra spuntare un nuovo campione. Un ragazzo, una ragazza, un atleta di cui fino a poco tempo prima conoscevamo appena il nome e che improvvisamente si ritrova sul tetto del mondo.

Oggi tocca a Sara Curtis, diciannove anni, che agli Europei di nuoto di Parigi ha conquistato l’oro nei 50 dorso stabilendo il nuovo record del mondo: 26″56. Il giorno precedente aveva già cancellato il precedente primato mondiale, nuotando in 26″63. Due record del mondo in due giorni.

Ma Curtis è soltanto l’ultimo nome di una storia che ormai è diventata difficile da considerare casuale.

Sinner e Paolini nel tennis. Tamberi e Jacobs nell’atletica. Ganna nel ciclismo. Paltrinieri, Ceccon, Martinenghi e ora Curtis nel nuoto. Le nostre schermitrici. I ginnasti. I canottieri. Gli sciatori. I pattinatori. Gli atleti della vela, del tiro, del judo, dell’arrampicata.

E potremmo continuare a lungo.

La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto: perché abbiamo tanti campioni?

La domanda più interessante è: perché continuiamo a produrli?

Perché il fenomeno non riguarda una disciplina, né una singola generazione. È trasversale. È quasi sistemico.

Alle Olimpiadi di Parigi 2024 l’Italia ha conquistato 40 medaglie, con 12 ori, 13 argenti e 15 bronzi. Era il miglior risultato della storia italiana ai Giochi estivi per numero complessivo di medaglie, e gli azzurri sono rimasti sul podio olimpico per almeno una medaglia ogni giorno della manifestazione.

E la cosa significativa è proprio la varietà.

Non siamo una nazione che eccelle soltanto in uno o due sport. Siamo competitivi contemporaneamente in discipline che richiedono caratteristiche fisiche, tecniche e ambientali completamente diverse.

È difficile immaginare che tutto questo sia soltanto il risultato della fortuna.

Dietro il campione che vediamo sul podio c’è una struttura che raramente vediamo.

Ci sono le società sportive locali, spesso piccole e sconosciute. Ci sono allenatori che lavorano per anni lontano dai riflettori. Ci sono federazioni, preparatori atletici, medici dello sport, fisioterapisti, tecnici federali. Ci sono famiglie che accompagnano bambini e ragazzi agli allenamenti per anni.

E c’è una peculiarità tutta italiana: la presenza dei gruppi sportivi dei corpi militari e dello Stato, che permettono a molti atleti di trasformare il talento in una professione e di continuare ad allenarsi ad altissimo livello anche quando lo sport praticato non garantirebbe, da solo, una sicurezza economica.

In altre parole, il campione non nasce dal nulla.

Nasce da una filiera.

Ed è forse questa la parola sulla quale dovremmo riflettere: filiera.

L’Italia sembra possedere una straordinaria capacità di prendere un talento, accompagnarlo, specializzarlo e portarlo fino all’eccellenza internazionale.

È una capacità che non sempre riconosciamo a noi stessi.

Siamo abituati a raccontare l’Italia attraverso le sue inefficienze: la burocrazia, i ritardi, le infrastrutture che non funzionano, la politica, le istituzioni.

Eppure esiste un’Italia che funziona.

Un’Italia silenziosa, fatta di palestre, piscine, piste di atletica, società dilettantistiche, tecnici, volontari, preparatori e ragazzi che si allenano quando nessuno li guarda.

Forse il successo dello sport italiano nasce anche da questo: da una cultura diffusa dell’eccellenza, costruita dal basso.

E qui arriva il paradosso.

Perché se c’è un settore nel quale l’Italia sembra improvvisamente perdere questa capacità, è proprio quello più ricco, famoso e seguito: il calcio.

Il Paese che produce campioni mondiali nel tennis, nel nuoto, nell’atletica, nel ciclismo, nella scherma e negli sport invernali attraversa da anni una crisi evidente proprio nel gioco che dovrebbe rappresentare maggiormente la sua tradizione sportiva.

Forse allora dovremmo rovesciare la prospettiva.

Non è detto che lo sport italiano non funzioni.

Potrebbe essere che funzioni molto bene e che sia soprattutto il calcio italiano ad avere un problema.

Questa distinzione è tutt’altro che secondaria.

Perché mentre continuiamo a discutere dei nostri problemi calcistici, da qualche parte in Italia un bambino sta entrando per la prima volta in una piscina, una ragazzina sta impugnando una racchetta, un ragazzo sta salendo su una bicicletta o sta entrando in una palestra.

E magari, tra dieci anni, qualcuno di loro sarà campione del mondo.

Oggi sappiamo soltanto una cosa: quando accade, quasi sempre scopriamo che quel campione non è comparso dal nulla.

Era già lì.

Da qualche parte, in una società sportiva italiana, qualcuno aveva semplicemente cominciato ad aiutarlo a diventare quello che poteva essere.

Ed è forse questo il vero miracolo dello sport italiano: non l’eccezione del campione, ma la capacità, sorprendentemente continua, di produrre le condizioni perché il campione possa nascere.

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