Macchine del futuro, uomini del passato

Macchine del futuro, uomini del passato

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel momento storico che stiamo vivendo. Da una parte, l’umanità sta raggiungendo frontiere della conoscenza che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Dall’altra, la stessa umanità continua a comportarsi, nei suoi rapporti di potere, come se fosse rimasta intrappolata in un passato remoto.

L’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente il modo in cui affrontiamo i problemi. Non si tratta soltanto di far scrivere a una macchina una lettera, generare un’immagine o rispondere a una domanda. Il vero salto è molto più profondo: sistemi capaci di analizzare quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe esaminare individualmente, trovare correlazioni, elaborare soluzioni e, soprattutto, esplorare possibilità che probabilmente a noi non sarebbero mai venute in mente.

In ingegneria, nell’architettura, nella medicina, nella ricerca scientifica, nella progettazione di materiali e nell’ottimizzazione di sistemi complessi, l’intelligenza artificiale sta cominciando a fare qualcosa di straordinario: allargare lo spazio delle cose che siamo in grado di immaginare. Fantascienza che diventa Scienza!

È questo, forse, l’aspetto più rivoluzionario.

Per millenni l’essere umano ha costruito utilizzando la propria capacità di immaginazione come limite ultimo. Potevamo progettare soltanto ciò che riuscivamo a concepire. Oggi cominciamo ad avere strumenti capaci di esplorare combinazioni e soluzioni che il nostro cervello, semplicemente, non avrebbe avuto il tempo o la capacità di prendere in considerazione.

Contemporaneamente si affaccia un’altra rivoluzione: il calcolo quantistico.

Alcuni esperimenti hanno già mostrato quanto possa essere radicale la differenza tra un computer quantistico e un computer tradizionale nell’affrontare determinati problemi. Ciò che per una macchina convenzionale richiederebbe tempi astronomici può, in specifici casi, essere affrontato in tempi enormemente più brevi. Non significa che domani avremo un computer quantistico capace di sostituire il nostro PC o il nostro smartphone. Significa qualcosa di più interessante: stiamo costruendo strumenti matematici che modificano il concetto stesso di ciò che è computabile in tempi utili.

Insomma, stiamo spostando continuamente il confine del possibile.

E allora viene spontanea una domanda.

Che cosa ne stiamo facendo?

Perché mentre una parte dell’umanità lavora per risolvere problemi che fino a ieri sembravano irrisolvibili, un’altra continua a risolvere i conflitti con gli strumenti più antichi e primitivi che conosciamo: le armi.

Mentre costruiamo macchine capaci di cercare soluzioni che noi non riusciamo nemmeno a immaginare, continuiamo a bombardare città.

Mentre impariamo a manipolare la materia a livelli sempre più sofisticati, continuiamo a distruggerla.

Mentre sviluppiamo tecnologie che potrebbero permetterci di affrontare problemi globali enormemente complessi, continuiamo a combattere per territori, risorse, influenza e potere.

È come se avessimo costruito una macchina del tempo verso il futuro, ma avessimo deciso di utilizzarla con la mentalità del passato.

E qui emerge il vero paradosso del nostro tempo.

Il problema dell’umanità non sembra essere più ciò che è capace di fare. È ciò che sceglie di fare.

Abbiamo strumenti straordinari per affrontare la complessità. Abbiamo una capacità scientifica senza precedenti. Possiamo comunicare istantaneamente con qualsiasi parte del pianeta. Possiamo elaborare quantità di dati che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrate inconcepibili. Possiamo progettare farmaci, materiali, strutture e sistemi che nessuna generazione precedente avrebbe potuto nemmeno immaginare.

Eppure, quando si tratta di risolvere i conflitti tra esseri umani, torniamo continuamente alla logica della forza.

È difficile non provare una certa amarezza.

Perché la tecnologia, in fondo, non ci ha ancora resi più intelligenti. Ci ha resi più potenti.

E le due cose non sono affatto la stessa cosa.

Una specie tecnologicamente potente ma politicamente immatura può diventare persino più pericolosa di una specie tecnologicamente arretrata.

Il vero progresso, allora, non consiste soltanto nel costruire computer più veloci, intelligenze artificiali più sofisticate o macchine quantistiche capaci di affrontare problemi giganteschi.

Il vero progresso sarebbe riuscire a portare la nostra capacità di pensare, collaborare e risolvere i conflitti allo stesso livello della nostra capacità di costruire.

Perché c’è qualcosa di quasi ridicolo nel nostro tempo.

Abbiamo creato macchine che possono aiutarci a trovare soluzioni a problemi che nessun essere umano aveva mai saputo risolvere.

Ma non siamo ancora riusciti a trovare una soluzione alla guerra.

E forse questa è la domanda più inquietante che dovremmo porci.

Non:

«Quando l’intelligenza artificiale diventerà più intelligente dell’uomo?»

Ma:

«Quando l’uomo diventerà abbastanza intelligente da non utilizzare la propria intelligenza per distruggere se stesso?»

Forse il prossimo grande salto evolutivo non sarà quello in cui una macchina riuscirà finalmente a pensare meglio di noi.

Sarà quello in cui noi riusciremo finalmente a pensare meglio di quanto abbiamo fatto finora.

Perché mentre alcuni uomini stanno costruendo il futuro, altri continuano ostinatamente a combattere per il passato.

E questa, forse, è la vera follia del nostro presente.

Abbiamo già inventato le macchine del futuro. Ci manca ancora l’uomo capace di viverci dentro.

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